SPAZIO 1999

L’ Eneide prossima ventura

Spazio 1999 è una serie tv fantascientifica della metà degli anni Settanta, nata dalla creatività dei coniugi Gerry e Sylvia Anderson e realizzata dal network britannico I.T.C. e dalla RAI. Gli Anderson avevano già alle spalle numerosi successi televisivi fantascientifici fin dagli anni ’60, quali Stingray, Thunderbirds, Captain Scarlet, Fireball XL5, Joe 90 e soprattutto la serie cult UFO. Anzi, proprio Spazio 1999 prese origine dal progetto abortito di una seconda stagione della serie UFO, dal nome UFO 1999 che poi fu accantonata per mancanza di finanziamenti. In seguito il progetto venne ripreso ma trasformato radicalmente in quello che sarà Spazio 1999.

I telefilm narrano le disavventure degli abitanti della Base Alpha, una stazione spaziale situata sulla Luna. Corre l’anno 1999, il satellite viene usato come laboratorio scientifico e come discarica per scorie radioattive assai pericolose. Lo stoccaggio è tutt’altro che sicuro, alcuni lavoratori si ammalano e muoiono, infine i depositi esplodono. La Luna si sposta, lascia l’orbita terrestre e si allontana nel vuoto con gli scienziati prigionieri della base… Per i sopravvissuti inizia il viaggio alla ricerca di un pianeta su cui stabilirsi.

Spazio 1999 reinterpreta personaggi e ambientazioni cari alla fantascienza con una sensibilità tutta europea, lontana da quella tipica dei film d’oltreoceano. Molti film di fantascienza traspongono tra le stelle il mito della Frontiera: l’astronauta è come il cowboy, sfida l’ignoto per conquistare nuovi spazi, per ‘farsi da solo’. Gli Alphani invece sono lavoratori e il capitano Koenig è, come loro, una vittima degli eventi. Il protagonista viene inviato sulla Luna qualche giorno prima dell’ incidente, per assumere la dirigenza della base. Il prestigioso incarico è una trappola organizzata da colleghi rancorosi: in molti sono a conoscenza delle gravi difficoltà e aspettano che Koenig si dimostri troppo inetto per poterlo silurare.
La sciagura costringe gli scienziati ad improvvisarsi esploratori della galassia, tuttavia nessuno di loro ha scelto consapevolmente il proprio destino. Tutti divengono profughi, spesso impreparati ad affrontare le difficoltà del viaggio. L’esplorazione di mondi sconosciuti è ovviamente il filo conduttore. L’equipaggio incontra ostacoli dovuti alle avverse condizioni ambientali: l’avvicinarsi del sole nero, i ghiacci di Ultima Thule, le turbolenze che sdoppiano letteralmente la Luna, il contatto con l’antimateria, il falso paradiso sulla superficie del pianeta Piri… In altri casi il pericolo si nasconde nell’animo degli stessi Alphani: il rimorso per qualche evento spiacevole avvenuto in passato, la paura dell’ignoto, la superbia o l’arrivismo, la follia che incombe.
Nei vecchi film gli alieni vogliono impadronirsi della Terra oppure distruggerla. In Spazio 1999 le creature extraterrestri solo in qualche occasione si dimostrano apertamente aggressive; spesso fanno gli interessi della propria specie con diplomazia, a volte sono amichevoli. Quasi sempre le ostilità nascono dalla difficoltà di comunicare, e l’aspetto esteriore simile a quello dei terrestri non implica la condivisione di esigenze, valori, costumi.

Nonostante i limiti propri di un programma ‘leggero’, lontano dall’edutainment (o intrattenimento educativo), Spazio 1999 tratta argomenti di forte impegno. Le avventure prendono spunto da fatti di cronaca e suscitano riflessioni su problemi assai avvertiti nella società britannica degli anni Settanta, oppure pongono interrogativi filosofici. Le riflessioni etiche, sociologiche, etnologiche ed urbanistiche invece appaiono ancora oggi molto attuali e sono ben introdotte in vicende ricche di azione. Il complotto ordito alle spalle di Koenig porta alla luce la corruzione dei politici sempre pronti ad insabbiare scandali e malefatte. Emergono dubbi sull’opportunità di usare le centrali nucleari, dato che non esiste ancora una procedura di smaltimento delle scorie davvero sicura. La vita della piccola comunità di naufraghi dipende dall’uso responsabile delle risorse, occorre trovare un equilibrio soddisfacente tra produzione e consumo. E quante difficoltà nel liberarsi dai pregiudizi, dall’antropocentrismo, in modo da diventare cittadini dell’universo: i personaggi spesso valutano le altre specie con un metro di giudizio tutto terrestre, e faticano a calarsi nei loro panni. E che dire della felicità garantita dal consumo di pillole, o dell’immortalità raggiunta al prezzo della rinuncia ad una vita così come la concepiamo?
Si tratta ovviamente di domande prive di una risposta univoca, riflessioni adulte ben inserite in un contesto apparentemente disimpegnato.

Molti episodi si ispirano alla cultura classica, e all’Eneide di Virgilio: come gli esuli troiani, i Terresti cercano una nuova patria, vengono a contatto con creature straordinarie, esplorano mondi pericolosi e inadatti alla vita, sono guidati da un leader che non è il migliore combattente ma è l’uomo più carismatico. Ci sono anche contatti con forze provenienti da altre dimensioni, e Koenig rimasto gravemente ferito in un incidente vive un’esperienza paragonabile alla discesa nell’Ade. Gli inetti abitanti del pianeta Piri ricordano i mangiatori di loto e l’ospitalità spesso nasconde trappole o tornaconti.

Licenze scientifiche

In apparente contrasto con tanti temi filosofici e di attualità, la serie abbonda di trovate che fanno sorridere. Lo stesso incidente è improbabile: le scorie radioattive contaminano, provocano tumori e chissà quali mutazioni genetiche, non saltano in aria per poi disperdersi senza causare altro danno. Nessuna esplosione potrebbe poi spedire la Luna tanto lontano in così breve tempo, mantenendo intatte le strutture posate sulla sua superficie. Tra l’altro la discarica è immaginata sulla faccia nascosta, e l’esplosione dovrebbe aver spedito la Luna contro la Terra, non  viceversa.
La Terra perde la Luna, poeti e innamorati la rimpiangeranno, gli altri potranno tirare un sospiro di sollievo perché la scomparsa del satellite provoca appena qualche forte terremoto. Sono previsioni ottimistiche per un simile disastro. Oscillazioni dell’asse terrestre, cambiamenti repentini nel clima con probabile scioglimento dei Poli e glaciazioni in aree temperate, tsunami e aumento del livello del mare, pioggia di detriti, radiazioni e assenza delle maree… il pianeta sarebbe inabitabile per millenni.
La base Alpha ha a disposizione alcune navette, chiamate Aquila; all’inizio viene detto quante ne posseggono, e durante il viaggio ne vengono danneggiate o distrutte molte di più, senza che qualcuno si preoccupi di motivare eventuali riparazioni.
Gli Alphani sono circa trecento, e ne vediamo in azione solo alcuni, nemmeno fosse una nave da crociera con i passeggeri in prima classe e tanto personale di bordo che provvede a tutti i loro bisogni senza mai salire in coperta.
Il telefilm sacrifica le teorie degli scienziati – e come già evidenziato, la coerenza narrativa – all’intrattenimento. All’indomani della prima trasmissione molti divulgatori, tra cui Isaac Asimov, sollevarono critiche. Dal punto di vista scientifico le spiegazioni fornite sull’ antimateria, sui buchi neri, sulla teoria della relatività sono davvero puerili.
Gli effetti speciali affidati a Brian Johnson alternano ottime trovate, sequenze ormai datate e momenti kitsch; alcune scelte narrative sono di certo condizionate dai costi, e dalla tecnologia accessibile ad una produzione televisiva. Le Aquile si muovono così come realmente si sposta un velivolo nel vuoto: durante le riprese venivano appese a fili di nylon e trainate oppure calate sulla ricostruzione della superficie lunare, ricreata in gesso scagliola. Le sequenze che le vedono in volo sono riutilizzate in parecchie puntate, ed altrettanto avviene con le immagini dei computer in azione, dei monitor del centro medico o dei vari laboratori.                                                                                                                                                     Altre soluzioni visive appaiono decisamente datate, in particolare la rappresentazione di esplosioni, raggi laser ed armi, e le soggettive di quanto vedono gli alieni.
L’estetica dei colorati anni Settanta irrompe nella rappresentazione di ambienti e creature. La base appare pulitissima, arredata da qualche famoso designer con mobili che oggi farebbero l’estasi dei collezionisti di vintage. I pianeti invece sono ricostruiti in studio, utilizzando vecchie scenografie e fondali dipinti. L’uso accorto della macchina talvolta minimizza l’artificiosità del teatro di posa, ed in altre occasioni enfatizza ogni trucco, creando ambienti da fiaba. Anche i costumi e il design dei vari alieni seguono i dettami della moda. Al minimalismo degli Alphani si contrappongono creature colorate, vestite con abiti degni di un allegro Gay Pride.
Tra parrucche e lustrini, fumo e ragnatele di lamé, il senso di meraviglia decolla, grazie alla bella caratterizzazione dei protagonisti, interpretati, almeno per le prime ventiquattro puntate, da attori famosi (Martin Landau futuro premio Oscar in Ed Wood, Barbara Bain nota per Missione Impossibile, l’istrionico Barry Morse, oltre a guest star di prima grandezza).
La sceneggiatura valorizza le interpretazioni e le avventure nella galassia lasciano sempre spazioall’introspezione, affidata a battute efficaci. Ogni puntata fa conoscere i personaggi principali, mostra il loro carattere, i vizi, le doti, il passato. Nessuno è bello come un attore di Hollywood; tutti sono persone normali, con problemi personali acuiti dalla solitudine. Tra pantaloni a zampa d’elefante e magliette aderenti, fanno capolino corporature poco atletiche. La stessa dottoressa Russell, con le meches e la piega sempre in ordine, rivista oggi ricorda la pubblicità di imbarazzanti prodotti destinati alla terza età. Il capitano Koenig è un uomo carismatico, certo del suo fascino, vedovo; attratto dalla dottoressa Russell, è da lei ricambiato. Il legame nel tempo diviene una profonda amicizia. Si intuiscono relazioni sentimentali anche tra i membri dell’equipaggio, sentimenti accennati in brevi parentesi che regalano credibilità ai personaggi. I comprimari sono altrettanto ben caratterizzati, provengono da Nazioni diverse, hanno precise competenze e lo spettatore può facilmente identificarsi in loro.. Il tecnico informatico Kano viene dalla Nigeria, ed ha un impianto nel cervello che gli consente di interfacciarsi con le macchine. L’anziano Victor Bergman è arzillo grazie ad un cuore artificiale… Paul Morrow, vice di Koenig, è simpatico e gioviale… La profonda umanità di questi naufraghi dello spazio coinvolge lo spettatore, e fa chiudere un occhio sulle tante ingenuità.

Le due stagioni

Spazio 1999 è stato prodotto per due stagioni, ciascuna composta di ventiquattro episodi. La prima stagione (realizzata tra la fine del 1973 e l’inizio del 1975) presenta vicende destinate a spettatori maturi, per i temi introspettivi o le riflessioni filosofiche, e per le scene talvolta spaventose o violente. I copioni raramente indulgono in battute umoristiche o superflue. I bravi interpreti ‘fissi’ vengono affiancati da ottime guest star tra cui Peter Cushing, Christopher Lee, Joan Collins… Alcuni episodi vedono la partecipazione di noti attori e caratteristi del cinema italiano come Gianni Garko.

La seconda stagione (1976) purtroppo ha toni ben diversi. Con l’intento di conquistare il pubblico americano il nuovo produttore Fred Freiberger (conosciuto come ‘the serial killer’ per aver affossato vari serial tv) ha dato tutt’altra impronta alle sceneggiature. Sono state rivedute e corrette, seguendo gli ipotetici gusti di una famiglia media yankee. Le riflessioni su grandi temi esistenziali si fanno da parte, rimpiazzate da vicende meno cupe. Viene dato più rilievo al sentimento, all’azione e all’umorismo. Scompaiono i particolari truci, il sangue, le pustole, gli scheletri; gli Alphani sembrano a loro agio nella base, quasi fosse normale vivere per anni in spazi ridotti, lontani dagli svaghi della Terra, dalle persone care. Le atmosfere opprimenti e il pessimismo vengono rimpiazzati da tanta azione, scontri, aggressioni, inseguimenti… Le avventure sono di immediata comprensione, scorrono lievi, le battute hanno un lessico più semplice. Gli intrecci, spesso dimenticabili, seguono uno schema collaudato; con rare variazioni i terrestri sono ‘buoni’, l’avversario è quasi sempre una creatura aliena da sconfiggere; il pianeta esplorato non sarà mai abitabile, battuta che dovrebbe far ridere, titoli di coda. La colonna sonora include brani di Jarre e nella versione italiana, c’è un’allegra sigla cantata dagli Oliver Onions.
Le nuove linee produttive scontentarono parecchi tra i ‘vecchi’ interpreti, che abbandona-rono il cast. Scompare Victor Bergman, il vecchio scienziato. Sulla sua fine ci sono due spiegazioni, estrapolate dalla sceneggiatura e da una novelisation di un episodio: forse muore per un difetto in una tuta spaziale, forse il cuore non gli regge. Se ne andarono anche gli interpreti di Paul Morrow e di Kano. La sceneggiatura fornì ben poche notizie sulla dipartita di queste figure tanto apprezzate dal pubblico, e cercò di sostituirli con altri personaggi.
I nuovi protagonisti svolgono ruoli diversi da quelli degli scomparsi, e in particolare si aggiunge all’equipaggio un’aliena capace di cambiare forma, Maya (
Catherine Schell). I personaggi vecchi e nuovi sono definiti da pochi tratti e l’aliena è un elemento folkloristico, privo della bella caratterizzazione che aveva avuto il Signor Spock in Star Trek. Maya è bellissima, e ha un potere straordinario: può assumere la forma di qualsiasi creatura. Imita alla perfezione anche esseri che non ha mai visto di persona, come una leonessa, una colomba, un cane, uno scimpanzé, una pantera, una formica regina, un visone, una ghiandaia, un gufo, un topolino, un’ape, una tigre… La presenza di Maya dovrebbe dare pepe a vicende assai tradizionali; purtroppo i suoi super poteri risolvono i guai della base, sostituendosi troppo spesso alla creatività degli sceneggiatori. La sua trasformazione è il momento più atteso di ogni puntata, e ruba la scena agli altri protagonisti. Dopo qualche episodio viene da rimpiangere la pelata e il viso grifagno del vecchio professor Bergman, lo sguardo sveglio e le battute intelligenti, e i dialoghi, spesso ispirati a filosofi dell’ antichità. Né Tony Verdeschi pone rimedio: il nuovo braccio destro di Koenig è un italiano caricaturale, sbruffone, giovane e bello, amato dalle donne e invidiato dagli altri astronauti. La sua relazione con Maya è piuttosto prevedibile.

E prevedibile doveva essere la reazione dei tanti fan abituati alle atmosfere tipiche dei telefilm britannici, recitati da attori di teatro, lenti e riflessivi, con poche sparatorie e scazzottate, e con qualche buon momento horror. Fu una cocente delusione. Purtroppo anche il pubblico americano bocciò la serie, ritenendola poco movimentata. Inoltre i costi di ciascun episodio restavano elevati. La terza stagione non venne mai realizzata, nonostante le proteste dei più irriducibili appassionati. La serie così manca di una conclusione ben definita e i poveri Alphani vengono lasciati a vagare nello spazio, in modo da lasciare aperta la possibilità di girare una terza stagione. Il 13 settembre del 1999 gli appassionati proiettarono un fan movie: è un epilogo creato appositamente per la convention, mai distribuito in televisione. Si tratta di un video messaggio, vi appare il personaggio di Sandra Benes; l’analista comunica che gli Alphani hanno trovato in pianeta vivibile e stanno lasciando la base. Ci sono anche altri finali apocrifi, sono episodi scritti da appassionati; per adesso i reboot o i seguiti ufficiali sono un sogno nel cassetto. E forse è meglio che rimangano tali, perché di rivisitazioni scialbe, lontane dallo spirito che animò i capostipiti, ce ne sono fin troppe.

VOTO: di Cannonau su 5: cult epocale

 

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