IL CROCIATO

 Il Crociato (2008) è un cortometraggio realizzato senza fini di lucro da Andrea Lazzeretti. Il regista, autore indipendente, trasmette in questi pochi ma intensi minuti di proiezione tutta la sua passione per la Storia. Attraverso le vicissitudini di un nobile cavaliere diretto in Terrasanta per riscattare il padre prigioniero, getta uno sguardo sul fenomeno delle Crociate e sulle motivazioni che spingevano la gente a prendervi parte. La Guerra Santa viene presentata come una valvola di sfogo con cui i potenti smorzavano le insoddisfazioni dei feudatari, o un mezzo per risolvere contese e predomini tra nobili; oppure il risultato di una fede cieca fondata sull'ignoranza, la stessa fede che anima anche il protagonista del corto, il quale, spinto sì dalla volontà di liberare il genitore, è però anche fermamente convinto di avere Dio dalla propria parte, dalla parte cristiana.
Racimolati faticosamente i soldi necessari, compiuto il viaggio e giunto a destinazione, il giovane troverà ad attenderlo la più amara delle sorprese...
"Ma vi è molto di più per chi sa ben cercare; più andrà per il mondo, più lo apprenderà", recita il prologo di una versificazione anglo-normanna della Lettera del Prete Gianni. Le parole sovrimpresse che seguono il finale, malinconico e poetico, e precedono i titoli di coda lasciano immaginare che il crociato diverrà un curioso viaggiatore pronto a guardare il mondo con occhi diversi e a conoscerne le meraviglie. Se mai egli tornerà alla dama che lo attende e alla realtà feudale che ha lasciato, sarà un uomo diverso.

L'idea della trasformazione avvicina il protagonista alla sensibilità dell'uomo del terzo millennio, tuttavia il regista evita di creare un personaggio in abiti d'epoca ma dai comportamenti moderni: Lazzeretti rispetta la verosimiglianza storica, con grande sensibilità.
L'epilogo condanna la guerra e il fanatismo religioso, e lascia trapelare la disillusione che provarono tanti guerrieri di ritorno dal Santo Sepolcro.
Alcuni di essi, impoveriti e traditi nei propri ideali, scelsero di farsi monaci o eremiti. San Galgano Guidotti è un buon esempio - si narra  - di drastico cambio di vita da parte di un cavaliere non estraneo a eccessi e violenza, e l'abbazia a lui dedicata, resa celebre dalla spada infissa in una lastra di pietra, è proprio tra le location scelte per le riprese.

La ricostruzione degli ambienti sfrutta splendide località del Senese, del Grossetano, della campagna fiorentina: i palazzi di Volterra, la già citata abbazia di San Galgano... luoghi che parlano di Medioevo e richiamano molti turisti.
La Terra Santa è 'rappresentata' dalla costa maremmana, la presenza di fortezze templari resta suggerita dalle battute del cavaliere che scrive la lettera di cambio. Anche il viaggio per nave viene eluso: le navi e il porto sono annunciate dai viaggiatori, lo sbarco avviene direttamente sulla battigia.
Qualche spettatore potrà rimanere deluso da queste semplificazioni, dettate dalle esigenze economiche, ma si consoli pensando che in Italia sono rari i gruppi storici dotati di imbarcazioni, e che luoghi più corrispondenti agli originali non sarebbero comunque stati adatti come location (ricordiamo che oggi la striscia di Gaza, oltre ad essere teatro di scontri, è fortemente urbanizzata).

Il Crociato è stato girato in formato digitale, è un cortometraggio autoprodotto che sopperisce alla povertà dei mezzi con intelligenza e creatività.
Gli interpreti sono stati ingaggiati tra i militanti di alcuni gruppi storici che rievocano il periodo; armi ed equipaggiamenti sono stati quindi forniti dagli stessi attori. I costumi di conseguenza sono accurati, le approssimazioni sono minime e senza concessioni alla moda attuale. Addirittura compaiono stivali da cavaliere orientale. Credibile anche che i protagonisti indossino le cotte di maglia, i bambagioni e le cervelliere appena sbarcati: i crociati erano spesso ignari delle differenze climatiche, e in ogni caso è meno faticoso avanzare portandosi addosso l'equipaggiamento, piuttosto che trascinarlo in un fagotto o in una cassa.

Dal punto di vista marziale, ci vengono risparmiati montaggio forsennato o coreografie improbabili alla Troy: qui la macchina da presa si pone semplicemente davanti ai combattenti e i brevi scontri avvengono in forma esemplificativa, senza pretesa di affondare realmente i colpi ma lasciando tuttavia trasparire gli allenamenti e lo studio tecnico e storico che sempre accompagnano l'impegno dei gruppi di rievocazione.
Quindici minuti sono pochi per sviluppare il carattere dei personaggi, tuttavia le battute sono tutte impiegate per dare spessore ai protagonisti e descrivere il mondo in cui vivono. Lo spettatore percepisce da subito il legame che intercorre tra il giovane e lo zio, l'esuberanza, la fede ingenua del primo e la concretezza del secondo. Il colpo di scena finale ben completa il percorso esistenziale del protagonista, sebbene giunga in modo quasi fortuito.
La musica dell'Ottava Rima ben accompagna la vicenda. Anche quando sono nati per la danza (alcuni sono interpretazioni di quanto lasciatoci da Thoinot Arbeau nel XVI Secolo) i brani vengono elaborati con una ritmica più marcata che ben si addice agli scontri.
La recitazione risente degli accenti dialettali; del resto tutti i personaggi, nobili o plebei, sono uomini e donne del periodo, calati in un contesto ben preciso, quello della Toscana della metà del 1100.
Le riprese offrono una narrazione semplice e lineare, le inquadrature evitano virtuosismi e vanno dritte allo scopo. Anche le sequenze che possono apparire lente, in realtà non sono superflue, poiché descrivono l'ambiente, le case, gli oggetti usati.

Le eventuali ingenuità del cortometraggio sembrano essere dovute ai mezzi contenuti, più che alla mancanza di idee. Pur nella consapevolezza dei limiti insiti in una produzione a bassissimo budget, raccomando quindi la visione di questo cortometraggio, che fa della ricostruzione storica un intrattenimento intelligente.

VOTO: di Cannonau su 5: mezzi spartani, ma la sensibilità rispetta l'epoca senza fare concessioni a Hollywood

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